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Il tempo dei semplici
Io non penso che ne sarò capace.
Ho letto questo libro invidiando, con i sensi di colpa sotto pelle, con un occhio sempre rivolto verso le due mie istanze, figlio e genitore.
Adesso riesco a guardare quelle emozioni con più lucidità, da una certa distanza. E vedo la bellezza, la grazia, l'amore. Non so se queste pagine nascano da un simile tentativo, da un processo di selezione del ricordo. Forse. Sarebbe bello, però, arrivare un giorno a ricordarsi così, solo così. E magari anche a sorridere dei momenti in cui ci si è fatti del male.
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Io non penso che ne sarò capace.
Ho letto questo libro invidiando, con i sensi di colpa sotto pelle, con un occhio sempre rivolto verso le due mie istanze, figlio e genitore.
Adesso riesco a guardare quelle emozioni con più lucidità, da una certa distanza. E vedo la bellezza, la grazia, l'amore. Non so se queste pagine nascano da un simile tentativo, da un processo di selezione del ricordo. Forse. Sarebbe bello, però, arrivare un giorno a ricordarsi così, solo così. E magari anche a sorridere dei momenti in cui ci si è fatti del male.
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Le pianure, in particolar modo quella in cui vivo, la padana, sono uno di quei luoghi in cui ti svegli al mattino avendo la certezza che nulla durante la giornata avrà la forza di rapirti lo sguardo. Tutto è uguale, piatto, uniforme. Non ci sono santi ad aiutarti, niente che ti trascina verso quella bellezza di cui siamo affamati. Ci si deve arrangiare allora, bisogna imparare a guardare altrove, bisogna provare a guardare meglio.
Con i suoi personaggi, con i suoi paesi e con le loro storie, con l'uso dell'imperfetto, con quel continuo stare in bilico tra ordinario e straordinario, tra vago e specifico, tra reale e finzione, Celati sembra giocare con quel mondo lì, cercando un modo per starci in pace.
Mi ha fatto pensare ai caleidoscopi infatti Gianni. Così come gli stessi frammenti di vetro generano ogni volta un disegno nuovo, ordinato, capace di reggersi da solo, allo stesso modo qui, nelle pianure, basta ruotare la testa di qualche grado e il gioco è fatto.
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Le pianure, in particolar modo quella in cui vivo, la padana, sono uno di quei luoghi in cui ti svegli al mattino avendo la certezza che nulla durante la giornata avrà la forza di rapirti lo sguardo. Tutto è uguale, piatto, uniforme. Non ci sono santi ad aiutarti, niente che ti trascina verso quella bellezza di cui siamo affamati. Ci si deve arrangiare allora, bisogna imparare a guardare altrove, bisogna provare a guardare meglio.
Con i suoi personaggi, con i suoi paesi e con le loro storie, con l'uso dell'imperfetto, con quel continuo stare in bilico tra ordinario e straordinario, tra vago e specifico, tra reale e finzione, Celati sembra giocare con quel mondo lì, cercando un modo per starci in pace.
Mi ha fatto pensare ai caleidoscopi infatti Gianni. Così come gli stessi frammenti di vetro generano ogni volta un disegno nuovo, ordinato, capace di reggersi da solo, allo stesso modo qui, nelle pianure, basta ruotare la testa di qualche grado e il gioco è fatto.
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La malattia ti segna, che il tuo nome sia Gino o che sia Dario.
Forse è per questo che quel capitolo 39 me lo sono sentito cucito così addosso.
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La malattia ti segna, che il tuo nome sia Gino o che sia Dario.
Forse è per questo che quel capitolo 39 me lo sono sentito cucito così addosso.
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I gialli non fanno per me, almeno quelli di questo tipo. Speravo di trovare in queste pagine qualcosa che mi stimolasse, ma non è successo. La trama è anche interessante, coinvolgente e scritta bene e, proprio per questo, la delusione è più marcata. Mi accorgo che non mi basta, ho bisogno di più complessità, di più spessore. O forse di qualcosa che faccio ancora fatica a definire con precisione, qualcosa che vorrei mettere a fuoco.
Resta il fatto che chiudo questa lettura con poco o nulla in tasca. Mi sento esattamente come cinque giorni fa, non sfamato. Pazienza. In fondo, anche solo capirsi non è poi così male.
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I gialli non fanno per me, almeno quelli di questo tipo. Speravo di trovare in queste pagine qualcosa che mi stimolasse, ma non è successo. La trama è anche interessante, coinvolgente e scritta bene e, proprio per questo, la delusione è più marcata. Mi accorgo che non mi basta, ho bisogno di più complessità, di più spessore. O forse di qualcosa che faccio ancora fatica a definire con precisione, qualcosa che vorrei mettere a fuoco.
Resta il fatto che chiudo questa lettura con poco o nulla in tasca. Mi sento esattamente come cinque giorni fa, non sfamato. Pazienza. In fondo, anche solo capirsi non è poi così male.
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