Molto interessanti i dati riportati e lo sguardo d'insieme allo stato della mobilità alternativa. Non banale la riflessione sulla necessità di un sistema di parcheggi adeguato, distribuito e sicuro, come grande incentivo all'uso maggiore di bici in contesti urbani e come vero e proprio metodo di trasporto primario anziché semplice passatempo; la realizzazione di un tale sistema personalmente pare un po' troppo utopistica però, di potenziale realizzazione solo in quei centri urbani già culturalmente predisposti ad investimenti nel settore (città nordeuropee, Parigi, Barcellona, Milano, West Coast statunitense come esempi), l'autore sembra un po' troppo ottimista riguardo ad un'eventuale futura diffusione capillare.
Forse anche un po' troppo corto, però riporta un'ampia bibliografia a cui attingere per approfondire se interessati, lettura comunque molto consigliata
Poco più di un opuscolo ed eccessivamente astratto, offre comunque qualche spunto se non altro interessante, oltre ad un'estesa bibliografia (e discografia??) per approfondire l'argomento; in particolare il successivo “Inventare il futuro”, degli stessi autori, del quale questo manifesto sembra essere una semplice introduzione.
Il libricino si limita di fatto ad esporre il condivisibile disappunto nei confronti delle sinistre che, in nome di populismo e “folk politics”, si sono nel tempo allontanate dall'innovazione tecnoscientifica, abbandonandola alle forze liberali che l'hanno poi chiusa nei limiti dell'“economically viable”, recintandola a suon di brevetti ed asservendola unicamente alla produzione di Capitale a discapito del benessere generale.
Viene quindi proposta una sinistra nuova, “accelerazionista”, il cui compito principale è detenere l'egemonia culturale sul progresso tecnoscientifico, accelerarlo liberandolo dai limiti e dai vincoli imposti dal capitale e mettendolo al servizio della comunità. Il come purtroppo non viene specificato.
Spettacolari le parti biografiche e quelle tecniche sul design e sulla produzione dei primi microprocessori e delle precedenti e successive tecnologie sviluppate da Faggin, tediosa e poco interessante l'ultima parte metafisica, in cui l'autore maschera la propria paura della morte con una teoria piuttosto inverosimile e comunque contorta e noiosa sull'esistenza di una coscienza intrinseca a tutta la materia; le premesse possono anche sembrare interessanti (l'essenza per ora probabilistica e non deterministica della fisica quantistica, l'esistenza del Tutto non sottoforma di materia ma piuttosto come campi d'informazione), ma appena l'autore prova ad aggiungere del suo ad argomentazioni già note e dibattute è evidente il lavoro di fantasia e la tendenza ad arrampicarsi sugli specchi per dar credito alle proprie (improbabili) convinzioni.
Faggin è stato e rimane indubbiamente una mente geniale e una delle persone più influenti del secolo scorso e le prime sezioni del libro valgono comunque la lettura