
Sarà perché l'ho letto in questi giorni agostani di ritiro appenninico, sarà perché ho il cuore e lo spirito sempre abbastanza suscettibili, o sarà per qualche altro motivo, ma questo libro mi ha spezzato.
Non accade nulla e accade tutto. Non si parla di nulla e si parla di tutto. Tra un ricordo e un'altro Campani racconta la terra in cui è cresciuto -assieme al fratello- e da cui poi decide di prendere le distanze, lasciandosi attrarre dalle possibilità e dagli stimoli della vita cittadina. Attraverso Pietro, Sandro vede e tocca quella che sarebbe potuta essere la sua vita se non avesse deciso di andarsene. Una vita antica, staccata, sospesa, in totale simbiosi con il luogo e con la natura. Una vita con alti e bassi, come le nostre del resto, una vita in cui però permane implicitamente tanta poesia.
Ti fa sentire anche un po' in colpa questo libro, ti rendi conto di quanto poco sensibili siamo alle realtà da cui siamo distanti, di quanto tanto ignoriamo.
D'altronde, che si può pretendere dai berligianti?
Non ero pronto ad un libro di queste fattezze. Nonostante ciò la lettura è stata piacevole, scorrevole e stimolante.
Si parla di tante cose in queste righe, di politica, di comunità, di calcio, di famiglia, di amicizie, di cinema, di letteratura, di relazioni, di dolore, di amore. Quarant'anni di formazione personale e collettiva. Quarant'anni di vita nell'Italia che vede l'affossarsi del partito comunista di Berlinguer, in quell'Italia che si ritrova scossa dalla vicenda Moro, quell'Italia che vede Berlusconi arrivare a Palazzo Chigi. Quarant'anni di emozioni contrastanti. Quarant'anni in cui Piccolo decide di restare, di lottare, nonostante tutto.
Bel ritratto di un aspetto caratteristico della specie umana, l'essere contenitori di un passato soggettivo. Ci fa riflettere sul cosa siamo in relazione a ciò che decidiamo consapevolmente di ricordare o ciò che per qualche strano motivo rimane impresso nella nostra -incredibilmente fallace e minuscola- memoria. Quello che ci ritroviamo addosso ci plasma, ci guida nel presente e ci proietta in un futuro pensato, un futuro che poi, sembra voler suggerire Kundera, beneficerà del sapere poco o nulla degli altri e, forse, solo un poco di più su noi stessi.
Nostalgie e solitudini accompagnano i protagonisti del romanzo, quasi a raccontare l'essere umano come individuo inquieto, incapace di saper entrare intimamente in relazione con gli altri se non per brevi attimi ed incapace di trovare, più o meno stabilmente, gioia e felicità.
Lettura interessante anche se a tratti un po' piatta.