
Io non penso che ne sarò capace.
Ho letto questo libro invidiando, con i sensi di colpa sotto pelle, con un occhio sempre rivolto verso le due mie istanze, figlio e genitore.
Adesso riesco a guardare quelle emozioni con più lucidità, da una certa distanza. E vedo la bellezza, la grazia, l'amore. Non so se queste pagine nascano da un simile tentativo, da un processo di selezione del ricordo. Forse. Sarebbe bello, però, arrivare un giorno a ricordarsi così, solo così. E magari anche a sorridere dei momenti in cui ci si è fatti del male.
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Le pianure, in particolar modo quella in cui vivo, la padana, sono uno di quei luoghi in cui ti svegli al mattino avendo la certezza che nulla durante la giornata avrà la forza di rapirti lo sguardo. Tutto è uguale, piatto, uniforme. Non ci sono santi ad aiutarti, niente che ti trascina verso quella bellezza di cui siamo affamati. Ci si deve arrangiare allora, bisogna imparare a guardare altrove, bisogna provare a guardare meglio.
Con i suoi personaggi, con i suoi paesi e con le loro storie, con l'uso dell'imperfetto, con quel continuo stare in bilico tra ordinario e straordinario, tra vago e specifico, tra reale e finzione, Celati sembra giocare con quel mondo lì, cercando un modo per starci in pace.
Mi ha fatto pensare ai caleidoscopi infatti Gianni. Così come gli stessi frammenti di vetro generano ogni volta un disegno nuovo, ordinato, capace di reggersi da solo, allo stesso modo qui, nelle pianure, basta ruotare la testa di qualche grado e il gioco è fatto.
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La malattia ti segna, che il tuo nome sia Gino o che sia Dario.
Forse è per questo che quel capitolo 39 me lo sono sentito cucito così addosso.
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I gialli non fanno per me, almeno quelli di questo tipo. Speravo di trovare in queste pagine qualcosa che mi stimolasse, ma non è successo. La trama è anche interessante, coinvolgente e scritta bene e, proprio per questo, la delusione è più marcata. Mi accorgo che non mi basta, ho bisogno di più complessità, di più spessore. O forse di qualcosa che faccio ancora fatica a definire con precisione, qualcosa che vorrei mettere a fuoco.
Resta il fatto che chiudo questa lettura con poco o nulla in tasca. Mi sento esattamente come cinque giorni fa, non sfamato. Pazienza. In fondo, anche solo capirsi non è poi così male.
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Qualche anno fa i Verdena scrissero "Trovami un modo semplice per uscirne"
Ci sono relazioni -un amore- che fanno male, che ti portano all'esasperazione, che ti schiantano. Eppure si rimane lì, appesi, incapaci di terminarle. La lucidità che a tratti sopraggiunge non basta, segno che -chi ha letto "Farsi male" di Lingiardi lo sa bene- ci sono motivazioni profonde, recondite, che governano i nostri pensieri e le nostre emozioni. L'io e la coppia sono rotti e incrinati ma non importa, si va avanti nell'attesa e nella speranza di un futuro generoso e premiante, un futuro solo ipotetico però, destinato, in tutta probabilità, a non essere, date le dinamiche da cui si origina.
Nel mentre, i giorni passano e la vita scorre. Già questo, vivere e sentire, per alcuni, è comunque un traguardo.
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Scrivo al volo quello che mi sta venendo ora, a pochi minuti dall'ultima pagina. Lo faccio comunque, incurante dello stato confusionario in cui si trovano i miei pensieri, in barba alle mille domande che mi stanno crivellando la testa e pienamente conscio di quanto questa riflessione sia esigua rispetto ai temi trattati nel libro.
Seguo volutamente l'istinto, però: credo sia proprio questo ciò di cui Zannoni ha voluto parlare. Dell'istinto animale, della scintilla all'azione, dell'impulso a fare.
Di questo ha bisogno la natura per regnare su questo pianeta: le servono fatti, uno dopo l'altro, in successione, singolarmente insignificanti, ad impatto estremamente localizzato. Quindi, se l'importante è agire secondo istinto, a che serve la ragione? A cosa serve la conoscenza? Forse ad abituarci alla tristezza e alla solitudine, a prepararci, quindi, a quell'ultima fatale azione che tocca a ogni essere vivente.
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La mia copia ha una macchia sulla D di ALCIDE. In realtà è una macchia negativa, una mancanza di inchiostro nero a rivelare lo sfondo bianco. Lo sbilico per me è quella cosa lì. Quel buco, quello spioncino. È apertura. È inclusione.
È dolore.
È fatica, poi. Nel quotidiano, nelle piccole cose e nelle grandi.
È il perenne tentativo di non cadere. Camminare sulla parola SBILICO, in cima ad una I, sul bordo di una O.
È ciò che, quando il male ci arriva addosso, ci impedisce di dire, come fa il medico dell'ecografia, che ci stavamo solo grattando la testa.
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Siamo a due. Dopo “Camere separate” questo è il mio secondo Tondelli.
Il suo stile di scrittura qui è bifronte: immediato e parlato da un lato, ricercato e poetico dall'altro. Periodi infiniti e avari di punteggiatura sono la trasposizione nuda e cruda di un tempo prossimo e impresso su carta; passaggi più intimi ed evocativi invece appaiono come risultato dell'elaborazione e della sublimazione del vissuto.
Ognuna delle sei vicende raccontate è un susseguirsi di esperienze, di incontri e di emozioni che si rincorrono le une con le altre senza soluzione di continuità. Questo flusso costituisce un denso, sregolato e urgente viaggio interiore verso l'ignoto, un ignoto che ha il solo scopo di essere diverso da quell'Emilia degli anni Settanta ormai inospitale per chi aveva abbracciato i valori del Sessantotto. Ribellarsi sarebbe l'unica via, ma il contesto storico non lo permette. Così non resta che bestemmiare, tracannare alcool, dare il proprio corpo a chiunque sia disposto a volerlo, forarsi fino a non avere più vene libere... Vien da sé che poi si finisca a cercare altro, a desiderarlo, a fiutarlo: fermarsi, lì, così, non è un'opzione.
Glauco, che attorno al 2010 si trova ad avere da poco passato i quaranta, è un uomo in difficoltà. Non c'è tanto da arrovellarsi per comprendere ciò che ha dentro. Nonostante la prosa di Scurati risulti spesso artificiosa, la frustrazione che lo domina ci arriva netta.
In queste pagine racconta di sé, del suo essere chef, del suo essere marito di Giulia e del suo essere padre di Anita. Quello che leggiamo è quindi il suo esclusivo punto di vista, il punto di vista di un uomo che, chiamato ad essere virtuoso dai ruoli sociali che egli stesso ha deciso di vestire, riflette sulla sua inadeguatezza cercando le cause nel contesto sociale in cui è immerso.
Ecco, questa è la questione che più ho faticato a digerire: Glauco, tramite questa sua lunga auto-analisi, sembra solo trovare giustificazioni ai propri comportamenti. Quello che mi sarei aspettato e che invece mi è mancato sono state la lotta, la ribellione, la capacità di mettersi in discussione: un qualsivoglia tentativo di redenzione in pratica. A causa di questa assenza, nonostante mi sia ritrovato a volte ad empatizzare con lui, sono finito per etichettarlo come un uomo limitato, come uomo da non prendere ad esempio.
Che sia stato proprio questo l'obiettivo dello scrittore?
Ogni volta che entro in contatto con qualche forma di demenza vengo colto da un profondo disagio. Tristezza e paura si fanno strada dentro di me. Immaginare di perdere alcune facoltà intellettive e quindi trovarsi a vivere una realtà parallela, agli occhi degli altri falsa o sbagliata, mi annichilisce.
Con questo libro Carrère, in una ipotetica partita a poker contro il sottoscritto, ha voluto forzare la mano. Non si è accontentato di un vedo, di farmi visitare quello stesso abisso, no, ha rilanciato, mi ha legato le mani e mi ha trascinato ancora più in profondità, in un luogo indubbiamente più doloroso e più disturbante. Qui malato e testimone della malattia, sempre mentale, convivono nella stessa persona. Gli occhi che si accorgono del dramma sono gli stessi che lo stanno vivendo: l'io è esaminatore di una prova in cui egli stesso si sta cimentando e che sta inspiegabilmente fallendo.
Un viaggio profondo nella mente di un uomo colto durante i suoi giorni più bui, giorni in cui ogni cosa non è più certa, giorni in cui fidarsi di qualcuno risulta impossibile, persino di te stesso.
C'è un uomo senza nome, o meglio, non è dato a sapersi quale esso sia. Generico, comune, o forse ogni uomo. Vita apparentemente strutturata, indirizzata, tranquilla. Poi, un banale errore compiuto in un momento di caos diventa l'evento inaspettato che crea un'occasione, che insinua nuove possibilità, incrinando quelle certezze che fino ad allora lo abitavano. Che poi, a pensarci bene, i dubbi che emergono non sono esistenziali, sono più che altro domande che egli si pone per decidere se seguire o meno quel desiderio carnale che improvvisamente e fortuitamente inizia a sentire.
Una storia coinvolgente, ben scritta, una storia che toglie di mezzo le emozioni alte cedendo quindi la parola al corpo.
Islanda. Cinque donne che si raccontano e che danno voce agli stati emotivi che attraversano in circostanze più o meno particolari delle loro vite.
Sinceramente non so cos'altro aggiungere. Sì, c'è l'amore in alcune sue sfaccettature, c'è paura, c'è vulnerabilità, c'è dolore, c'è violenza, c'è desiderio, però ecco, tutte queste cose mi sono passate davanti senza lasciare traccia visibile. Un libro che ho sentito spesso freddo, algido, artico, e che quindi ha fallito nel portarmi a bordo. Eppure, le possibilità credo ci sarebbero state dati i temi toccati. Tanto micro-descrittivo nelle azioni e negli oggetti, quanto minimale sul lato emotivo.
Una cosa però si può dire, forse banale, ma che traspare abbastanza in queste storie:
“All you need is love, love
Love is all you need”
Non sono un esperto di musica classica, anzi, la ascolto molto raramente, ma leggere queste pagine è stato un po' come lasciarsi trasportare da un adagio di Bach (il BWV 974 ad esempio). Le parole di Bajani, come note di pianoforte, viaggiano lente, sinuose, delicate. Insieme vanno a comporre un flusso letterario in grado di dare corpo a un'atmosfera eterea, malinconica e in alcuni momenti anche nostalgica. Lorenzo, voce narrante, si muove tra il proprio presente rumeno e un passato sparso, rievocando la memoria di Lula, madre amorevole ma divenuta progressivamente assente dopo una coraggiosa scelta di vita. I giorni trascorsi a Bucarest, in una Romania scottata ma in evoluzione dopo la dittatura di Ceausescu, diventano il mezzo tramite cui egli riesce a trasporre nel reale l'immaginario strutturatosi in anni di rapporto a distanza. Ed è così che Lorenzo, muovendosi in punta di piedi e mantenendosi sempre in ascolto attivo, arriva a cristallizzare tutto il proprio dolore e a ricostruire quell'identità di Lula che tanto gli era sfuggita.
Peter Fortune sembra essere un ragazzo particolare. A volte perde il contatto con la realtà finendo per tuffarsi in situazioni fantasiose che lo riguardano da vicino, quasi come se avesse il potere di creare biforcazioni temporali destinate a condurlo in un presente alternativo. Che poi più che di presente forse sarebbe meglio parlare di futuro. Sì, perché tramite i suoi sogni Peter è libero di esplorare le proprie diversità, di cambiare il proprio punto di vista, di sperimentare quello che potrebbe essere ma non sarà. È così che, come se si stesse cimentando in una dimostrazione per assurdo, arriva a conoscere meglio se stesso e gli altri, gettando di conseguenza le basi per quella che sarà la sua personalità.
Devo dire che mi è piaciuto. Sufficientemente privo di perbenismo eppure per nulla disturbante. Incasellato nella letteratura per ragazzi, ma parla tanto anche ai più grandi: credo che la convivenza con le proprie parti più buie e l'incentivazione al cambio di prospettiva siano temi ampiamente trasversali.
Costa Brava. Tre uomini. Tre diari, tre confessioni incrociate. Quella di Remo, esule cileno e piccolo commerciante; quella di Gaspar, irregolare messicano, poeta e guardiano notturno al campeggio Stella Maris; quella di Enric, catalano e braccio destro di Pilar, sindaca del comune di Z. Nelle loro vite, scandite da relazioni amorose, amicizie e attività lavorative, irrompe un delitto.
Bolaño gioca con il genere, ne tenta la trasfigurazione. Non c'è urgenza, né bisogno, di identificare protagonisti e fatti della vicenda. Il focus si sposta: non più una rivelazione del classico terzetto vittima, movente, colpevole, ma la ricerca di elementi per rispondere alle uniche domande che contano davvero quando si entra in contatto con le persone, o con i personaggi in questo caso: “Cosa ti frulla in testa? Chi sei?”.
Ne esce un romanzo atipico, dissonante e forse un po' troppo sornione, che, ammetto, ho faticato ad apprezzare a tutto tondo.
L'esergo riporta le parole dell'amico Mario Santiago: “Se proprio devo vivere che sia senza timone e nel delirio”. In un'altra occasione Bolaño scrive: “In La pista de hielo (1993) parlo della bellezza, che dura poco e finisce quasi sempre in modo disastroso”. Insomma, drammaticamente realista, ma distante da quella visione di mondo che sento più mia.
Alla fine si torna sempre lì, a quelle anime non rassegnate e rigonfie di introspezione che quindi finiscono per essere perfino errabonde. Sì, perché ci sono poche cose nella nostra esistenza che hanno il potere di spingerci avanti nel nostro cammino individuale e il sentirsi in una condizione di “dis-comfort” è sicuramente una di queste.
In questo memoir Franzen racconta in modo non troppo lineare parte della sua vita, più specificatamente quella che lo porta, da pre-adolescente, a diventare anagraficamente un ultraquarantenne, un percorso tortuoso e inquieto alla ricerca della propria Zona Benessere. È un viaggio cronologicamente lungo, e leggerlo mi ha portato a pensare a quanto il perenne stato di movimento sia il vero valore aggiunto di questo processo e non tanto forse l'aver toccato, seppur con felicità, determinate tappe intermedie. Quasi mi verrebbe da dire che la vera zona di benessere per alcuni consista nell'avere la possibilità di fermarsi, riavvolgere a piacimento il proprio filo di Arianna e semplicemente godersi la morbidezza del suo intreccio.
Chissà, non ho le idee ben chiare. D'altronde mi risulta difficile credere che ci sia una e una sola verità in questo genere di elucubrazioni. Anche perché poi, in fin dei conti, elucubrazioni sono.
Due brevi saggi sul grande circo del tennis. Il primo racconta dell' esperienza che si può vivere ad un evento mastodontico come quello degli US Open, il secondo è invece incentrato sulla figura di Roger Federer. Entrambi utili nel rappresentare ciò che muove i milioni di appassionati di questo sport e di conseguenza tutta una serie di altri attori che su quelle stesse passioni campano.
Mi rimane il dubbio: il tennis¹ come esperienza religiosa o la religione come esperienza tennistica? I punti di contatto sono tanti e forse, più che sceglierne una, bisognerebbe domandarsi quanto si è disposti a mettere in discussione queste due fedi.
¹ Si potrebbe sostituire la parola tennis con una qualsiasi altra che sottintenda ad un sistema in grado di mobilitare masse.
Quanta poesia ha messo Ezio Comparoni -perché all'anagrafe era registrato così Silvio D'Arzo- in questi suoi racconti. A me l'aria viola di quella prima notte narrata è entrata dentro. Solo un'immagine pensavo potesse avere quella forza. L'ho evocata, riconosciuta e mi ci sono perso.
Che poi, a pensarci un attimo, la chiesa di Montelice è tutt'altro che placida. L'apatia di quel contesto rurale è totale, chi vi abita sembra esserne sopraffatto, vive e muore seguendo percorsi amorfi ed estranei. La solitudine, il tanto e troppo lavoro e la miseria sono condizione comune. Non ci si può salvare. Fortunatamente però, gli spiriti inquieti non mancano. Spiriti esausti, che dicono cose, pesanti, scomode, vietate.
Proprio pochi giorni fa, durante il reading party a cui ho partecipato, si parlava di libri riletti. Ecco, Ubik va riletto. Soprattutto se si è un po' distanti dal genere o se lo si legge a fine giornata e a mente stanca. Confesso di aver faticato a seguire il flusso degli eventi e l'ingresso dei tanti personaggi che popolano la prima metà del libro (la seconda ha tutt'altra struttura). Eppure, nonostante questo, sento di avere in pancia come un solletichino che mi fa pensare di avere ancora molto da estrarre da queste pagine.
Giusto per dare qualche coordinata: in Ubik Dick affronta temi sorprendentemente attuali, spaziando dal turbo-capitalismo alla morte, intesa come progressivo e inesorabile spegnimento delle funzioni vitali; dall'inequivocabile ruolo primario del marketing al comune ricorso agli stupefacenti; dalla nevrosi da spionaggio industriale alla sempiterna questione dell'esistenza o meno di un aldilà.
Insomma, Dick ci rovescia addosso talmente tanti spunti che fermarsi alla superficie risulta quasi impossibile.
Il reale che ti sta attorno sembra non essere composto dalle tue stesse molecole, ti respinge. Senti che ti manca qualcosa per essere te stesso. Sei spaventato, bloccato. E così, solo e sfiduciato, forse per sopravvivere, inizi a sognare, ti costruisci un mondo che ti accoglie, un mondo in cui rifugiarti.
Tuttavia, alla sorte, come sappiamo, piace sparigliare le carte e, improvvisamente, senza un motivo, capita che i due piani del reale e del sogno si sovrappongano. Il tuo sogno, d'amore in questo caso, diventa realtà. Estasi, naturalmente. Le ore passano, e l'allineamento, come in un eclissi, volge verso la fine. Ora tutto è come prima, di nuovo.
Sognatore, a te però non importa. Anche se per pochi attimi, hai sentito di aver vissuto.
Non so bene cosa dire di questo libro.
Intanto, c'è Verika. La seguiamo lungo il suo percorso di crescita, sballottolati di qua e di là, in una situazione e in un'altra, riuscendo a ricostruirne solamente una vita episodica, slegata, vaga. Entriamo in contatto con la sua famiglia, con i suoi amici, con i suoi partner, e ci ritroviamo ad osservarne i comportamenti, spesso sconvenienti. Lei pure, quasi come una foglia adagiata sulle agitate acque di un ruscello montano, vive il suo tempo lasciandosi trasportare dagli eventi e non facendo troppo caso alle forze negative che le si sprigionano attorno. Poi, però, mentre leggi tutto questo, ti interroghi, inizi a chiederti se quello che ti sta arrivando è vero o meno, cosa lo è, cosa non lo è. È un tarlo che ti accompagna. Poi capisci che non è importante rispondere a quella domanda e ti sganci da quello schema. Veronica non c'è, è trasparente. Niente di Veronica
A Marco, il colibrì, la vita capita. A lui non è dato scegliere, gli eventi accadono e basta. La vita lo sfida e lui va avanti, come meglio può, attraversando dolori e fatiche, dandosi e consumandosi, cercando e costruendo stabilità dove non ce n'è. Nemmeno in questo caso però lo fa per scelta. Deve semplicemente farlo.
Per gran parte della sua esistenza, Marco resta immerso in una realtà intrisa di malinconia e nostalgia. I rimpianti lo accompagnano, persistenti. E come dargli torto in fondo? Viene naturale chiedersi a quali mirabolanti acrobazie sia destinato un colibrì: dove potrebbe andare, cosa potrebbe raggiungere.
Lui però sta fermo. È bravo in quello, è stato disegnato per quello. Marco lo capisce, ne prende consapevolezza, evolve e abbraccia il suo prezioso destino, testimoniandoci che si può essere grati ed in pace con se stessi anche per una vita segnata dal sacrificio, dalla tristezza e dal dolore.
C'è un uomo qui, un maschio più o meno comune e quarantenne ma privo dei contrappesi razionali ed emotivi che tipicamente è dato avere agli individui della nostra evoluta specie. Ciò che rimane, ciò che lo muove nella vita, é quindi solo la sua meschina mascolinità, l'istinto primordiale, quello per cui la natura lo ha programmato. Tutto il resto non conta, non esiste. Lui, solo lui, al centro di tutto. Lui, potente, in controllo, in grado di gestire ogni cosa, al meglio. Lui, nel suo giusto. L'unica persona in grado di trovare davvero spazio e amore, quello vero, nel suo mondo è Beatrice, sua figlia, fragile faro nel mare burrascoso della vita. Una vita che deve rimanere così, perché è così che la vuole. Però, purtroppo, o per fortuna, la realtà contempla anche il volere degli altri.
A tratti spassoso. Crudo, vero, sincero e -a mio modo di vedere- mai volgare durante gli innumerevoli frammenti a tema sessuale.
Quello che può accadere nelle relazioni d'amicizia, quelle vere, è sontuoso e per certi versi affascinante. Citando Trevi, “come accade quando Eros, quell'ozioso infame, non ci mette lo zampino”, ognuno mette sul tavolo se stesso e stop, tutti felici. Certo, ci possono essere periodi no, ma sono inesorabilmente destinati a cedere il passo a nuovi equilibri.
In queste righe sublimate si parla di amici, di vite intrecciate, di Rocco e di Pia. Nient'altro. Eppure bastano per scongiurare l'inizio della “grande ed interminabile festa del Nulla”.