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See all“Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl è un libro che richiede un impegno notevole da parte del lettore, data la sua lunghezza.
Uno degli aspetti più distintivi del romanzo è la sua natura citazionistica. Ogni capitolo prende il titolo da un libro classico della letteratura, e il testo stesso è intriso di citazioni che emergono direttamente dalla “vivavoce” della protagonista. Questo approccio conferisce un'atmosfera letteraria e mette in evidenza il carattere colto e raffinato del personaggio principale, Blue.
Proprio Blue è il punto forte della narrazione. Nella cornice di personaggi non particolarmente memorabili, lei si distingue come l'unica interessante e anche la più colta e intelligente. La sua voce narrativa è affascinante e coinvolgente, e ci guida per tutto il tempo attraverso le sue esperienze e le sue riflessioni.
Un'altra figura cardine del romanzo è il padre di Blue, un accademico e professore che la coinvolge nei suoi viaggi attraverso l'America e che cambia spesso cattedra. Questa relazione padre-figlia contribuisce a creare una dinamica interessante e offre uno spunto per esplorare temi legati all'educazione e alla ricerca della conoscenza.
Nonostante le sue qualità, ho trovato il libro un po' sopravvalutato. La sua fama potrebbe essere stata amplificata dal fatto che per un certo periodo non era reperibile nelle librerie, generando un passaparola enorme sui social media. Personalmente, avrei preferito valutarlo in modo più obiettivo.
Inoltre, ho riscontrato un piccolo punto debole nel finale della storia. Dopo un'esperienza di lettura coinvolgente, il finale non è stato all'altezza delle aspettative, lasciandomi con un senso di insoddisfazione. Troppo netta la distinzione tra le prime 500 pagine e le ultime 200. Il cambio di ritmo è stato repentino e eccessivo, rendendo il passaggio da una parte all'altra del romanzo un po' brusco e disorientante.
In conclusione, “Teoria e pratica di ogni cosa” offre un'esperienza di lettura che richiede impegno e attenzione, ma una volta che si accetta il suo stile e ci si affeziona ai personaggi, è una storia coinvolgente seppur non indimenticabile.
“Il libro del sangue” di Matteo Trevisani mischia con grande efficacia fiction e auto-fiction. La biografia di autore e personaggio, si confondono in un gioco di specchi, così il libro racconta di Matteo, scrittore appena diventato padre, ossessionato dagli alberi genealogici e dalla convinzione che la propria famiglia è perseguitata da una specie di maledizione, che fa morire tutti i primogeniti affogati.
Per sfuggire alla maledizione decide di fare un enorme “viaggio nel passato”, affidandosi alla genealogia, disciplina che si occupa dell'origine e della discendenza di famiglie e di stirpi, e facendosi aiutare in questa ricerca da Alvise e Giorgia, padre e figlia, altrettanto ossessionati dalla materia.
Il romanzo ruota intorno all'occulto, è pieno di segreti spesso connessi fra di loro e presenti nel passato. Il modo in cui è scritto (con continui salti temporali) potrebbe disorientare molti ma a me ha dato uno strano effetto di assuefazione, tanto che le 200 pagine sono veramente volate.
Come spesso accade a queste storie, però, non è tanto la trama il senso di tutto, ma il senso che diamo alla storia e alle vicende. Secondo me Trevisani ha scritto un libro molto bello da leggere per un genitore, un padre in particolare. “Il libro del sangue” infatti parla della responsabilità del genitore nei confronti del figlio, delle colpe che si porta addosso pensando di “passare” al proprio figlio i propri difetti, i propri tormenti, le proprie maledizioni, appunto.
Una lettura particolare, forse un po' pomposa, ma di certo originale.
Un importante testo che riassume i “migliori” anni della storia tattica del calcio italiano. Da Sacchi, in poi, Emiliano Battazzi ha riassunto in comodi e ben scritti capitoli l'evoluzione della tattica calcistica nel nostro paese. Si arriva fino alla vittoria della nazionale italiana negli Europei di questa estate.
Un libro ben scritto, scorrevole, che utilizza tecnicismi ma senza essere pesante e ridondante, pieno di spunti per approfondire con gli articoli che lo stesso autore ha citato a fine libro.
Atteso per anni, discusso ancor prima di essere stato pubblicato, è arrivato anche in Italia “Yoga”, l'ultimo romanzo di Emmanuel Carrère, uno dei più rilevanti ed importanti autori del palcoscenico europeo.
“Yoga” è un romanzo autobiografico, che segue più o meno la stessa scia del suo splendido “Vite che non sono la mia” e di “Romanzo russo”, e narra di fatti avvenuti quindi principalmente all'autore.
Tutto il romanzo segue la stessa struttura. Tanti piccoli capitoli che fanno parte di capitoli molto più grandi che parlano di un particolare periodo della vita recente del francese. La prima parte del libro è dedicata alla funzione originaria di questo scritto. Carrère stesso confessa di aver avuto in mente di scrivere un opuscolo, un'opera minore, dedicata allo yoga e alle varie tecniche di meditazione. Per farlo praticamente si “infiltra” in una sorta di comune, un evento lungo 10 giorni, in cui uomini e donne vengono divisi, non sono a contatto con tecnologie e mondo esterno, e devono meditare praticamente tutto il giorno in enormi spazi comuni.
In questa prima parte Carrere parla moltissimo di sé, del motivo per cui si è approcciato alla meditazione, e gli scritti seguono molto il flusso dei suoi pensieri.
Per lunghi tratti ci si chiede dove sia il narratore cinico e realista de “I baffi” o “La settimana bianca”, o il giornalista che scrive un reportage storico incredibilmente ambizioso come in “Limonov” o indaga sul un delitto efferato come in “L'avversario”. L'effetto che potrebbe avere sul lettore, a primo acchito, potrebbe essere di repulsione. Se non si è interessati ai temi le pagine scorrono lentamente e con poco interesse.
Abbandonare il libro dopo le prime canoniche 100 pagine sarebbe però un errore, perché Carrère le usa principalmente per dare un contesto al tutto. Le riflessioni sulla sua breve esperienza di meditazione nel “recinto” della Vipassana nascondono sempre il lato più oscuro e intenso del carattere di questo straordinario autore. Sappiamo, leggendo, che prima o poi succederà qualcosa di strano che farà scoppiare il libro, e quel qualcosa è l'attento alla redazione di Charlie Hedbo.
Carrère viene avvisato dell'attentato da uno degli organizzatori della meditazione di gruppo ed autorizzato ad uscire, per leggere un discorso al funerale di una delle vittime, Bernard Verlhac, amico dell'autore del libro. Uscire fuori dal mondo ovattato e appunto, recintato, del Vipassana, per immergersi nel caos post-attentato crea uno shock nella psiche di Carrère. Per la prima volta dopo 10 anni di vita normale, persino felice, l'autore francese sprofonda velocemente in una terribile depressione, ed è qui che comincia la parte centrale di “Yoga”, qui che torniamo a riconoscere Carrère.
Dal manicomio ad un'isola sperduta della Grecia, seguiamo così l'autore nei meandri della sua mente, leggendo i suoi aneddoti brillanti, riflettendo con lui su alcuni aspetti della vita che prima non riuscivamo a mettere a fuoco con prontezza, ci immergiamo nella storia della sua malattia, ma anche nella storia di una relazione segreta e intensa con una donna, per poi chiudere con un intenso racconto di una sua esperienza su un'isola greca (utilizzata come hotspot), a contatto con i migranti, le loro storie e le crudeltà che hanno affrontato per arrivare in Europa.
“Yoga” non è certo il libro migliore per cominciare ad approfondire le opere di Emmanuel Carrère, ma per chi ha già avuto un'esperienza con i libri dell'autore è un tassello importante per conoscere alcuni aspetti della vita di questo straordinario narratore.
Nelle sue opere Carrère ha messo qualcosa della sua vita e della sua esperienza pian piano, per poi passare direttamente al romanzo autobiografico. Se sentite repulsione verso questo genere allora “Yoga” non sarà di facile lettura, inoltre le vicende editoriali che hanno visto il romanzo al centro di una lite con l'ex moglie dell'autore (e di una censura) lo rendono zoppo in alcuni passi (come ammesso dallo stesso Emmanuel).
Resta però in “Yoga” la straordinaria capacità dell'autore di tenere incollato alle pagine il lettore con la sua prosa brillante e diversa da tutte le altre, con le sue riflessioni argute, e la struttura del romanzo lo rende una piacevole lettura, frammentata ma comunque intensa.