“Tutto è denaro”

La storia di Gordon Comstock mi ha toccato molto, nonostante più volte mi sia sentito come se fossi arrabbiato con lui, la mia mentalità non riusciva nemmeno a comprendere la profonda contraddizione su cui si basa la sua vita. Alla fine però credo di averlo capito un poco, ho ripensato ad episodi della mia vita, e ho compreso che in realtà non ha torto, infine mi ha anche donato una importante lezione di vita, che difficilmente dimenticherò.
Gordon Comstock è un simbolo di un tempo, un veicolo ideologico, che Orwell sfrutta per sferrare una lucida e razionale critica al mondo capitalistico e alla società. E io non potrei essere più che d'accordo con lui, perché tutto quello che dice è ancora attualissimo e non è veramente così ovvio.
Oggi, ho come la sensazione, si sia smesso di parlare di come siamo incredibilmente condizionati dal denaro, è una verità non detta che bene o male accettiamo tutti, ma a volte pensiamo:
“Ma è impossibile che i quattrini abbiano una simile importanza, Gordon!” Dopo tutto, ci sono altre cose, oltre ai quattrini.” Forse sì... o forse no.

“Pressioni e forze sono sempre in opposizione. E la lotta tende sempre verso l'equilibrio. Tutto questo è, naturalmente, al di là degli dei. Così è il corso dell'esistenza. Anzi no, è al di là anche di questa, poiché l'esistenza stessa è contrastata dall'oblio. È una lotta che abbraccia ogni cosa [...]. Alla vita corrisponde la morte. Alla luce, l'oscurità. Al successo travolgente, il fallimento catastrofico. Alle maledizioni, le benedizioni. Pare che tutti gli uomini tendano a perdere di vista tale verità, soprattutto se accecati da un trionfo dopo l'altro.”

Casa delle Catene è caratterizzato da intense vicende familiari, segnate dalla vendentta, dalla ricerca di un ricongiungimento, da redenzione o dalla ricerca di qualcuno per cui vivere. Senza però quell'epicità raggiunta nel terzo capitolo, ma non per questo è un libro peggiore, anzi in virtù non solo dell'eccezionale ironia, ma degli insegnamenti e riflessioni dell'autore sulla religione, sulla vita e su ciò che conta realmente, Casa delle Catene, lo ritengo il migliore tra i quattro libri letti fin'ora. Senza dimenticae quella peculiare sensazione di scoperta e sense of wonder, che si prova scavando nella backstory del mondo, o quando si attraversano i luoghi incredibili partoriti dall'immaginazione dell'autore. Inoltre, c'è il miglior prologo che abbia letto fin'ora.

Un libricino molto sintetico e utile. Pone al lettore un percorso composto da domande semplice a cui rispondere non è altrettanto facile, tutto per avvicinarsi a trovare un senso personale per cui vivere. Non dico di esser riuscito a raggiungere questo ambizioso obiettivo, ma ho scoperto il concetto di Ikigai e sono anche riuscito a focalizzarmi su ciò che conta in qualche modo conta per me.

Il primo libro della Fondazione è stata “solamente” una lettura piacevole, lontana da essere per ora qualcosa di veramente memorabile. Contestualizzandola all'epoca in cui è stata scritta può essere un'opera notevole, però per i miei gusti “moderni” l'ho trovato troppo ingenuo e poco razionale. Si dà per scontato troppo, e ci troppi dettagli che invece non ritornano proprio. Addirittura il world building è così “ingenuo” che a volte la scienza pare veramente una magia.

Invece ho apprezzato molto il concept: l'osservazione della crescità di impero attraverso vari decenni di storia, ed è anche l'aspetto più interessante del libro perché sembra ripercorrere la storia umana nella Terra. Per quanto riguarda i personaggi, alcuni li ho trovati anche molto sfaccettati ed interessanti, peccato solo per la caratteristica quasi antologica che limita la loro presenza per poche pagine. Nota positiva è dovuta alla scorrevolezza del testo essendo la scrittura molto semplice, e la narrazione basata per lo più da lunghi dialoghi.

Pur non essendo un grande fan degli Stati Uniti, ne sono estremamente affascinanto. Questo libro non solo l'ho trovato interessante, ma anche ben fatto. Incarna tutto quello che si può desiderare da un libro di divulgazione: è breve, conciso, con tanti fatti e poche opinioni.

Pur conoscendo qualcosa di questo paese, ho scoperto dei lati sorprendenti tramite la narrazione di tante storie. È sicuramente un ottimo punto di partenza per avere una panoramica sui punti più “atipici” di questo paese.

Ho ascoltato l'audiolibro, letto dall'autore del libro stesso, vicedirettore del Post. Consigliatissimo!

Una storia di vita semplice che mi ha fatto molto riflettere

“Il modo in cui ricordiamo cambia il modo in cui abbiamo vissuto. Il tempo scorre in entrambi i sensi. Facciamo storie delle nostre vite.”

Under Heaven (La Rinascita di Shen Tai in italiano, scelta infelice) è il libro che mi aspettavo dall'autore di Tigana. Un romanzo ambientato in un'epoca e in luogo estremamente distanti e perciò affascinanti ai miei occhi, pur amalgamando all'ambientazione elementi fantasy: “fiction done as near-fantasy” come la definisce l'autore stesso.

In breve in questo libro c'è tutto ciò che un lettore come me vorrebbe: una trama imprevedibile che ti sorprende capitolo dopo capitolo, personaggi affascinanti (che a volte mi hanno insegnato pure qualcosa), una prosa poetica e scorrevole (anche se sempre in traduzione mi è piaciuta di meno rispetto a Tigana).

Tuttavia ciò che mi ha colpito maggiormente sta proprio in alcuni dettagli: la cultura cinese, gli usi e i costumi mi hanno spinto a sviluppare un vero e proprio interesse. Inoltre, la filosofia di fondo del libro e le storie personali dei personaggi pur nel loro piccolo mi hanno profondamente toccato.

Ho scritto ulteriori pensieri qui: Pensieri su Under Heaven di Guy Gavriel Kay

Questo libro è leggenda

Cercare di guardare più lontano, di andare più lontano, mi sembra una di quelle cose splendide che danno senso alla vita. Come amare e come guardare il cielo. La curiosità di imparare, scoprire, voler guardare oltre la collina, voler assaggiare la mela è quello che ci rende umani. Come ricorda ai suoi compagni l'Ulisse di Dante, non siamo fatti “... a viver come bruti, ma per seguir virtù e conoscenza”.

Libro molto affascinante e interessante per comprende più affondo le fondamenta di questo mondo, una lettura accessibile per comprendere la realtà.

Viaggio sentimentale nella grande metropoli è un titolo che si adatta perfettamente al tipo di narrazione presente in questo libro. Di fatti l'autrice trasmette la sua enorme passione per Tokyo attraverso una sorta di lungo flusso di coscienza, il tutto scandito dal passare dei mesi e di conseguenza dei colori e delle usanze, filtrando a sua volta il tutto attraverso gli occhi dei suoi figli.

Nonostante questa fascinosa premessa, ho trovato la lettura meno interessante di quanto mi aspettassi, nonostante ci siano all'interno curiosità sulla cultura giapponese, e nozioni interessantissime sui luoghi della città, proprio per via di questo flusso che alterna fasi di vissuto a parti più informative. Mi sarebbe piaciuto veder approfonditi (in maniera più organica) alcuni concetti della filosofia e religione shintoista, le storie dei quartieri e la struttura della città... ma tutto sommato è un ottimo libro per avere una panoramica della vita a Tokyo nel tempo. 2,5/5

Questo è stato un fantastico primo approccio alla letteratura cyberpunk. I racconti, specie quelli iniziali, sono densi di dettagli di un mondo spinto all'estremo ma ancora squisitamente anni 80, con luci al neon, delfini cyborg e sequenze alla Tron. Ogni racconto tocca temi e ambientazioni molto diversi (e classici). Si va dalle egemonie politiche delle grandi corporate a silenziose invasioni dei bar, passando per il primo contatto alieno fino al transumanesimo. Da questo punto di vista è una raccolta ricchissima e molto varia a livello tematico, peccato per lo stile dell'autore a volte troppo dispersivo.
Caratteristica pressoché generale della raccolta è l'inquietudine e la malinconia di personaggi persi in una società folle, dove i sentimenti umani si perdono in un mare di ingranaggi e conquiste effimere. Perché il progresso tecnologico, nella raccolta, è vissuto come decadenza e raramente come una vittoria.

Ho dato il punteggio massimo perché questo romanzo mi ha divertito molto, nonostante qualche fastidio dovuto ad un paio di difetti. È stato piacevole iniziare con la prima lettura dell'anno che si scopre frizzante, leggera e rigenerante. Mi sono affezionato ai personaggi, ho finito il libro con la voglia di sapere quante altre avventure hanno in serbo i Bastardi gentiluomini.

Marte non è altro che una seconda America

Ho un altissima considerazione per quest'opera, che inizialmente mi ha destabilizzato. Nella mia ignoranza mi aspettavo una storia tendente all'hard sci-fi, mentre l'opera è focalizzata su aspetti antropologici e sociologici, a discapito dei dettagli tecnici e della coerenza. Infatti Marte non è sempre la stessa Marte nei racconti, i Marziani non son sempre gli stessi, e in realtà è tutto un semplice pretesto perché per Bradbury Marte è nient'altro che un'altra Terra. Questo è dovuto alla natura fix-up della raccolta, che tuttavia contiene un ordine cronologico che divide l'opera in parti dedicate rispettivamente a conquista, colonizzazione e declino.
Un titolo meno d'impatto, ma forse più adeguato sarebbe stato Cronache Umane (o Terrestri), perché non si manca mai di parlare dell'uomo, delle sue speranze, delle sue paure e dei suoi più intimi sogni e incubi. Una serie di racconti, non tutti dello stesso calibro, ma tutti narrati brillantemente, che hanno saputo stimolare in me riflessioni e inquietudini.

È un opera densa di idee e di critica, da rileggere e da sottolineare. Ha un respiro più ampio rispetto a Farnheit 451 e affronta temi diversi, in una cornice fantascientifica, Bradbury dipinge l'umanitá nel suo peggio.

“Ma in fin dei conti, che cos'è questa maggioranza e da chi è composta? e che cosa pensa, come fa a fare quello che fa, non cambierà mai? e io, soprattutto, come ho fatto a trovarmici in mezzo, a questa marcia maggioranza? Non mi ci trovo bene, io. Si tratta forse di claustrofobia, di paura della folla, o semplicemente di buon senso?”

Il primo primo King

Se inizialmente l'ho adorato, verso la fine sono stato insofferente. Non tanto per il concept molto accattivante e coinvolgente, ma per la sua formula d'intrattenimento, che alla lunga stanca. In più la mancanza di un quadro tecnico dell'ambientazione distopica, e alcune scelte dell'autore nella parte finale del romanzo minano molto la credibilità della storia.
Però mi ha saputo intrattenere quasi sempre, i personaggi si fanno conoscere e apprezzare, è scritto decisamente bene, e sicuramente darò altre occasioni a questo autore! Promosso

Ma che finale è?! Ci voleva un finale come si deve :(

Un'allucinazione ubiqua

Ubik, così ad istinto, me lo immagino come un esperimento; probabilmente l'idea nasce da esperienze vissute in prima persona o raccontate da terzi in fatto di trip di allucinogeni. Infatti molte scene sono proprio come leggere delle persone che agiscono e cercano di razionalizzare durante un trip di acidi, il tutto su uno sfondo fantascientifico pessimista. Infatti nella sua visione del 1992, la società, consumata dal capitalismo più estremo, combatte imperterrita i limiti umani superando malattia, vecchiaia e morte (o quasi), mentre viene condizionata dal sorgere negli uomini di poteri psichici preveggenti e telepatici (principalmente).

Nonostante questa interessante premessa, l'autore mette tutto da parte per raccontare la sua storia allucinata a tratti metafisica. La mancanza di una coerenza interna mi ha provocato un fastidioso senso di smarrimento, che è durato praticamente per metà romanzo. Non si tratta dell'inspiegabile (che ci può stare), ma è proprio l'autore che ha pisciato un po' fuori dal vaso. Ho apprezzato ma con riserva, dato che è breve, concitato e dinamico.

La spiegazione finale in un certo senso "spiega" tutto quanto, ma siamo al limite della credibilità, perché si tratta di un'altra eterna battaglia tra il bene e il male, perché ogni Moratorum ha il proprio Jory e la propria Ella. Vivere anche dopo la morte, continua ad essere mangia e vieni mangiato, sarà forse questo il messaggio ultimo dell'autore? Siamo senza speranza?Insomma c'è un po' di tutto in questo libro, buona ambientazione sci-fi, misticismo, fantasy, guerra psicologica, realtà distorte, spunti per pensatori. Che cos'è Ubik? Ubik, Ubiquità, onnipresenza ovunque, facoltà di Dio senz'altro. Per combattere il capitalismo bisogna spruzzarsi un po' di particelle di Dio? Sarà mica questo il messaggio dell'autore?

“Cos'è la vita, senza la morte? La vita immutabile, incessante eterna? Cos'è se non la morte... la morte senza rinascita?”

Questo romanzo è quasi un pretesto per quanto sia avvincente e coinvolgente, accompagnato dalla potente narrazione di Ursula Le Guin, che si impegna a trasformare Ged non più in compagno di vita, perché ormai lo è già, bensì in un maestro di vita. L'autrice, attraverso le parole di Ged, ci insegna ad apprezzare la vita in un contesto così evocativo che la notte dopo ho sognato di essere anch'io su Vistacuta, a navigare attraverso le acque più lontane alla ricerca di qualcosa, ascoltando e discutendo di qualcosa che non posso capire. Il desiderio di rinnegare la morte, a volte, ci porta a credere in una falsa promessa in cambio di tutto ciò che ci rende vivi, ma la verità che insegna questo libro è unica, universale e bellissima.
Ad ogni frase, ad ogni capitolo, mi accorgo che sono sempre più legato sentimentalmente a questo mondo, a Ged, e all'autrice; già mi mangio le mani quando l'avrò finita, e per quel poco che ho letto posso dire che questa saga sorpassa tutti e rientra tra le preferite in assoluto. È qualcosa di completamente diverso, qualcosa molto lontana dai canoni classici del fantasy, soprattutto in quel periodo storico, ed è un opera troppo sottovalutata, quasi incompresa.
Se avessi letto questo romanzo quando, negli anni passati iniziavo a concepire la morte come evenienza e verità, forse avrebbe in parte allietato le mie notti insonni.

“E forse allora imparerei ciò che nessun atto e nessuna arte e nessun potere può insegnarmi, ciò che non ho imparato mai.”

L'uomo e il piccolo cardo del deserto; il cardo e l'uomo addormentato.

“Tu sai tutto, mago. Ma io so una cosa soltanto... l'unica cosa vera!”.
Non è la prima volta che avete sentito questa frase nella vostra vita. È uno scontro tra due verità, ma ci sono verità più vere di altre? Alcune volte le verità ti imprigionano in un labirinto buio in cui la tua anima è in completa perdizione, in cui la realtà viene distorta e ottenebrata in modo che tu non veda più la luce del giorno.
Alcune volte le verità ti liberano e ti buttano in un mare di scelte, e non è detto che ti portino necessariamente alla luce, ma lo rendono solo possibile.

“Perché se ne stava lì così indifeso eppure così forte? Perché lei non riusciva a sconfiggerlo?”
Ci sono delle verità più forti delle altre?

Le capacità di un libro di farti emozionare, trascendere dalla propria persona e farti riflettere mi meraviglia ogni volta. Ogni volta c'è un libro che sedimenta nel mia anima per dirla romanticamente, ed ogni volta mi sento così fortunato ad avere quel pezzo di vissuto in più. Stoner sarà questo per chiunque lo legga, con una potenza e capacità di trasmettere questo vissuto intimamente e profondamente che raramente ho trovato altrove. È un libro sulla vita, e di quanto questa esperienza, nonostante l'inettitudine e l'incapacità di comprendersi, sia magnifica anche senza scalare una montagna o diventare calciatore. Ho come il presentimento che non dimenticherò facilmente questa storia, e ho già voglia di rileggerlo.

“Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo. Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia. Se ne ricordi, al momento di fare la sua scelta.”

Se avessi potuto darne sei di stelline, le avrei date.

Questo romanzo ha troppi problemi, e alcuni di essi sono sicuramente dovuti al fatto che l'autrice abbia esordito con questo romanzo, ma altri sono la dimostrazione che con le giuste manovre di marketing di una grossa casa editrice come la Harper, qualsiasi scritto può diventare un bestseller (e può convincere la gente che sia la nuova pietra miliare del fantasy).
Non per togliere alcun merito all'autrice che, oltre ad avere un ottimo team di editing dietro, è una buona penna secondo me, la sua esposizione chiara e pulita mi fa dire che scrive bene. Ma i “lati positivi” secondo me finiscono qua (oltre la mia sensazione che sia una grande estimatrice dei cartoni animati).
Per parlare di questo libro parto dai punti forti che mi sono stati segnalati nelle varie recensioni (negandoli):

Non è un libro originale, e l'autrice lo sa. Poppy War è essenzialmente la brutta copia de Il Gioco di Ender, ma ovviamente fatto male, prendendo un po' di elementi qui e là per creare quello che a tutti sembrerà un libro del decennio, ma che in realtà ho trovato veramente vuoto a livello contenutistico, e probabilmente questo è il maggior difetto. Perché anche se consideriamo le sue aggiunte personali sono trattate così superficialmente, che a me pare che questo romanzo sia semplicemente essere una brutta copia di.
In un suo messaggio tenta anche di confessarsi:

I think everyone writes, unconsciously or not, from the sources they loved, and this book ended up being my creative smorgasbord of ATLA, Ender's Game, The Grace of Kings, and Game of Thrones. I'm not saying THE POPPY WAR will necessarily read like those books.

La Spada di Shannara fosse solo ispirato ad Il Signore degli Anelli



Ha un worldbuilding troppo derivativo e poco credibile.

“è un fantasy quindi decido io come funziona tutto”

Durante la vita accademica, la protagonista alla veneranda età di 16 anni stressata si sente male, e durante la notte scopre di perdere sangue dalla sua vagina, al che scopriamo che sia praticamente normale avere il menarca a 16 anni, e di conseguenza una volta introdotto l'elemento; cosa ci vorrà dire l'autrice? Un bel niente, perché giusto un paragrafo dopo decide di far sparire questo elemento facendola bere una pozione magica che permette all'utero di autodistruggersi, quindi niente più ciclo. Ora mi chiedo, perché? Cioè perché hai volutamente-forzatamente introdotto il ciclo per eliminarlo dopo 3 pagine?



cottarella



proprio ti fa capire che hai letto 500 pagine di niente

“La fabbrica degli infodump (e dei cliché)”





New Adult... ovvero romanzi YA che hanno scene di violenza e trasgressione (praticamente come se avesse il bollino rosso).



potete francamente evitare tranquillamente questo romanzo


“Potenti sono gli Ainur, e potentissimo tra loro è Melkor, ma questo egli deve sapere, e con lui tutti gli Ainur, che io sono Illùvatar, e le cose che avete cantato io le esibirò sì che voi vediate ciò che avete fatto. E tu, Melkor, t'avvedrai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota forma in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell'immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare”

Ho letto con profonda tristezza le epiche e tragiche vicende de Il Silmarillion, che niente invidiano ai miti epici nordici o ellenici, seppur creati per un mondo immaginario e alieno creato dalla mente di un professore inglese solo nello scorso secolo.
Quest'opera rientra sicuramente tra le opere più suggestive e imponenti mai lette, che sono riuscite a raggiungere un livello di credibilità tale che il sottile velo tra realtà e fantasia si fosse sciolto, tanto che ho difficoltà a non considerarle come un antologia di gesta epiche dei giorni Antichi. Non saprei dire se sono stati più convincenti i dialoghi che sono riusciti a fare una breccia nel mio cuore o la tragedia. Sono certo che i sentimenti di dolore e di perdita trasmessomi dai grandi attori della storia, le magnifiche aule scavate nella terra e nascoste tra magiche foreste, o ancora le battaglie più aspre e memorabili, mi hanno procurato un perenne sense of wonder completamente alienante. Rimarranno spero sempre impresse nella mia mente lo sconforto dei figli di Hùrin, lo scontro tra Morgoth e Fingolfin, le peripezie di Beren e l'amore di Luthien che ha generato Eärendil che è riuscito laddove nessuno dei mortali. O ancora La Caduta di Gondolin, della Caduta del regno di Numenor, e con esso tutto ciò che di bello e magico restava a fronte di un lento ed inesorabile decadimento di tutto ciò che era bello.
Quest'opera non è solo l'opera epica più bella che abbia mai letto, ma anche l'opera più credibile, in un genere dove questa caratteristica è fondamentale. Ho apprezzato anche lo spettro cristiano, e la dose di filosofia fatalista a tratti conservativa e nazionalista che permeano nelle storie, tocco personale -e forse involontario- dell'autore che cerca di inquadrare concetti come la vita, l'arte, la bellezza e il male. Tuttavia mi sento di consigliare di affrontarlo nella maniera giusta, a piccole dosi, apprezzando frase dopo frase perché nient'altro merita tanta attenzione come Il Silmarillion.

“We only need to be one person. We only need to feel one existence. We don't have to do everything in order to be everything, because we are already infinite. While we are alive we always contain a future of multifarious possibility.”

Questo romanzo con un espediente narrativo magnifico, la Midnight Library, che è un luogo sospeso in un limbo tra la vita e la morte in cui, un'impersonificazione della volontà di vivere cerca di farti ricordare e capire quanto sia incredibile essere vivi.
L'autore racconta di una vita infelice, tormentata e piena di rimpianti, che con spirito di recitazione, si avventura in tante potenziali vite “what if” in cui le cose sono andate diversamente rispetto alla sua vita “principale”... Non voglio veramente anticipare nulla di quello che è una storia molto semplice, raccontata in una maniera semplice, diretta ed emozionante. Un libro sui rimpianti e sulla vita che mi ha ispirato, pieno di insegnamenti e perle di saggezza da ricordare.
Lo consiglio a tutti coloro che hanno bisogno di un po' di incoraggiamento nella vita, ma anche a chi pensa spesso a come diversamente sarebbero potute andare le cose rimpiangendo le scelte passate.

Sono affascinato dai libri gialli, più ne leggo e sono attirato da essi. Personalmente li vedo come una sfida tra me -il lettore- e l'autore, in questo caso, Agatha Christie. Sono affascinato soprattutto quando perdo ovviamente, è un gioco difficile quello del giallista, riuscire a mostrare il trucco di magia senza svelarlo, in questo caso però ho vinto con largo anticipo. Non saprei dire se è stata colpa di un eccesso di indizi, o semplicemente ho iniziato ad avere occhio per alcune cose, ma devo ammettere che onestamente se avevo intuito il chi, non ho di certo indovinato il perché. Anche perché solitamente le soluzioni proposte sono così ben costruite (e al limite della realtà) che difficilmente uno si può immaginare per filo e per segno tutto quanto.

Ricapitolando, si tratta del romanzo che meno mi è piaciuto dell'autrice (di quattro). La prima metà è molto lenta a introdurre i personaggi, o meglio, lo “spaccato umano” del romanzo. Tutta una lunga serie di personaggi particolarmente (e volutamente) esagerati, che in tutta franchezza non mi hanno né entusiasmato né suscitato interesse, complice anche averli introdotti poco a poco in maniera disordinata. Ho preferito infatti la seconda parte del romanzo, dedicata al delitto.
Tuttavia mi piace lo stile dell'autrice, e anche se trovo che la narrazione di questo romanzo non sia un granché, i dialoghi sono sempre molto curati e interessanti (anche se questa volta un po' ridondanti). La Christie proviene da un'epoca in cui non esisteva il politicamente corretto e infatti si nota molto, rendendo per assurdo i personaggi che ho criticato, molto più umani di tanti di quelli che si leggono al giorno d'oggi. Un'ultima critica che sento di fare, è che in questo romanzo il troppo stroppia. C'è tanto di tutto, e alla fine l'intera faccenda ne risente e francamente non la ritengo molto credibile.

“Then the prophecies of the old songs have turned out to be true, after a fashion!” said Bilbo.“Of course!” said Gandalf. “And why should not they prove true? Surely you don't disbelieve the prophecies, because you had a hand in bringing them about yourself? You don't really suppose, do you, that all your adventures and escapes were managed by mere luck, just for your sole benefit? You are a very fine person, Mr. Baggins, and I am very fond of you; but you are only quite a little fellow in a wide world after all!” “Thank goodness!” said Bilbo laughing, and handed him the tobacco-jar.

*ho abbassato di una stellina, perché non riesco a mandare giù il fatto che un mago abbia mandato un hobbit di mezz'età in un'avventura per metà della Terra di Mezzo con 12 nani a scassinare non si sa cosa, senza nessun tipo di piano in una montagna occupata da un drago sputa fiamme. Il bello è che a fine avventura, nota perfino che qualcosa sia cambiato in lui. Chissà.

The Hobbit è stata la mia prima vera esperienza con Tolkien in lingua originale e il primo aggettivo che mi viene in mente pensando alla lettura è: incantevole. Il maggior credito questa volta va dato allo stile dell'autore piuttosto che alla storia in sé, non che fosse brutta, ma secondo me soffre di alcuni difetti che personalmente non mi hanno entusiasmato, ma li noto unicamente in quanto lettore del ventunesimo secolo con tutto un background di letture più moderne, probabilmente non andrebbero nemmeno considerati dei difetti contestualizzandolo all'anno dell'uscita.

La capacità di Tolkien di scrivere in questo modo è, nella mia ignoranza letteraria, veramente unica e affascinante, non solo riesce a comporre frasi evocative ma anche poetiche e musicali, senza perdere in comprensione e né in scorrevolezza, dopotutto questo è un romanzo per bambini, o almeno l'intenzione era quella. La magia sta nel comporre quelle semplici frasi, che riescono a sintetizzare l'atmosfera (rigorosamente british) e il sentimento. In più i dialoghi sono magistrali, hanno un eleganza e raffinatezza pari a quella de Il Signore degli Anelli, e non parliamo delle canzoni che finalmente iniziano ad avere senso in inglese.

Per quanto riguarda la storia mi piaceva già e mi piace tutt'ora, ma preferisco leggerla pensando che non abbia alcun legame con Il Signore degli Anelli, e non come un prequel di esso. Ha un ritmo che adoro, ogni capitolo è tutta una storia a sé stante con colori e atmosfere diverse, si passa tra una miriade di stati d'animo e di luoghi incredibilmente belli. I dettagli come da copione riescono a creare quella sorta di convinzione di star leggendo una storia reale di un mondo poco distante ma alieno. Alcuni passaggi mi hanno divertito troppo come l'incontro con Beorn, ed altri entusiasmato come il dialogo tra Smaug e Bilbo. Tuttavia la potenza dell'anello magico di Bilbo, nonostante il punto debole dell'ombra, è comunque veramente troppo overpower, se non fosse stato per quello credo che le avventure della compagnia di Nani sarebbe finita molto prima di arrivare alla montagna solitaria. Il fatto che Bilbo in diverse situazioni sia stato una sorta di Deus Ex Machina mi ha dato un pochino fastidio, ma tutto sommato non è così grave. Ho un'opinione simile anche per la morte di Smaug che ritengo che sia stata troppo fortuita e sbrigativa, ma dopotutto come dice Gandalf alla chiusura, che fornisce una chiave di lettura per la storia, le redini del destino hanno guidato quest'avventura fin dall'inizio. Non è tanto la storia della riconquista del tesoro di Thorin Oakenshield o di Bilbo, lo Hobbit, ma un frammento della grande canzone della Terra di Mezzo.

Questo è considerato come uno dei pilastri di una certa epoca della fantascienza, ammetto di non avere le conoscenze giuste in ambito fantascientifico per potergli dare una contestualizzazione temporale, però mi ha deluso un pochino, speravo di apprezzarlo molto di più. Tirando le file è stata una lettura piacevole, il concetto dei cristalli sognanti è veramente interessante ma niente di più. La trama è scorrevole tanto quanto lo è la prosa di Sturgeon (buona traduzione), ma i personaggi non spiccano particolarmente, ci sono troppe ingenuità a livello narrativo secondo me e c'è un finale che mi ha fatto storcere il naso per alcune scelte. Caratteristica dell'autore che potrei apprezzare è l'intenzione di esplorare, attraverso la fantascienza, l'interiorità umana. Per questa ragione potrei anche approfondire con altre letture questo autore.

Non ci sono tante parole che potrei dire per non rovinare qualcosa, posso dire che me l'ha fatta alla grande (di nuovo) la cara Agatha Christie. É solo il terzo libro che ho letto di questa autrice, ma tra Assassinio sull'Orient Express e 10 Piccoli Indiani, questo é decisamente quello che mi ha divertito di più leggere. Lo consiglio vivamente.