“Un barlume di speranza nel buio più totale” è come definirei il rapporto tra padre e figlio in questo romanzo, che percorrono le città e i paesaggi desolati di un'America post-apocallittica. Un romanzo senza fronzoli stilisticamente, molto crudo e violento.
Io non mi scorderò mai di questa lettura per l'ansia che ho provato, alternato alla commozione per come il protagonista protegge e insegna al figlio i valori fondamentali dell'essere Umani.
Consigliato
Ho faticato molto a finire I cacciatori di ossa, belle storie ma nel complesso è un romanzo che secondo me lascia molto a desiderare sia dal punto di vista della macro narrazione sia dal punto di vista degli eventi in sè. Avrei tanto voluto una maggiore coerenza più ‘conclusiva' nella parte finale, invece ho trovato situazioni forzate che hanno portato sì, a scene ad alto contenuto adrenalinico, ma anche a nodi inconcludenti e poco sensati a parer mio.
Tutto considerato, è un libro di transizione con tante belle sottotrame e bei momenti, ma che punta ad un nuovo assetto alla narrazione per Malazan che si avvia verso un nuovo ciclo narrativo.
Penso che il testo abbia delle validissime argomentazioni su come il Capitalismo abbia plasmato la mente umana negli ultimi anni, e di conseguenza ci sono riflessioni dolorosamente vere. Tuttavia il brevissimo testo rimane questo, una lunga critica ad un sistema, o alla psicologia umana dentro il sistema, e purtroppo non posso dire né di concordare su tutto né di aver compreso tutto, specie nella seconda metà del testo. Un'altra nota è che mi aspettavo uno spiraglio di speranza, o di soluzioni alternative, ma ho trovato solo uno sguardo alla società pessimistico e critico.
Per me questa lettura è stata come andare sulle montagne russe, si sale e si scende, anche se questo giro è durato mesi, mi stava per venir da vomitare.
Nonostante sia il libro di Dostojevskij che ho preferito di meno fin'ora, un po' per i temi affrontati e per personaggi non nelle mie corde (Rask'olnikov, sì sto parlando con te), ammetto che son contento di aver tenuto duro fino al finale perché mi è piaciuto molto ma soprattutto perché mi son reso conto che ho continuato a ripensarci a sta vicenda, ai motivi, agli sviluppi, al contesto, ai personaggi secondari, insomma è una storia che lascia il segno in un modo o nell'altro.
David Foster Wallace è un genio, e non lo scrivo nel solito senso, è effettivamente uno scrittore con una sensibilità al dettaglio incredibile, naturalmente inclinato alla riflessione e una curiosità apparentemente senza limiti.
Il mio problema con lui è che, come forse un po' tutte quelle persone fuori dal comune, scrive più per se stesso che per io Lettore, pur rivolgendosi a me tutto il tempo (da notare che questa è una collezione di saggi, ma più precisamente di articoli pubblicati in riviste e giornali). Il fatto è che ogni articolo è inondato di tutta una serie di informazioni contestuali, che arrivano dal macro al minuzioso dettaglio del marchio della bevanda che l'autista del suo autobus beveva mentre guidava, in cui sono “nascoste” (spesso in note a piè di pagina) anedotti o comunque riflessioni più significative, di reale interesse.
Ecco, a me francamente non può interessar di meno della fiera dell'aragosta (che poi sarebbe dell'astice in italiano) del Maine, ma sono sicuramente interessato alle implicazioni etico-filosofiche che comporta il bollirle vive, oggetto del saggio stesso. Questa però non è una raccolta di saggi che potrebbe essere letta per il contenuto, o per i temi affrontati, gira e rigira si legge questo libro perché si vuol leggere la lista della spesa di DFW.
Quindi, a priori perché leggere Considera l'Aragosta se non si è fan di DFW? Non lo so bene, non avrei motivi validi per suggerirlo, a meno che siate interessati ad un saggio di 150 pagine sull'uso e l'autorità della lingua inglese, ovvero cito da Wikipedia perché non sarei in grado di riassumerlo: “L'autore spazia dall'analisi di molte consuetudini linguistiche errate al confronto tra prescrittivismo e descrittivismo nella linguistica, le implicazioni che hanno sulla pubblicazione di nuovi dizionari, e, più in generale le loro implicazioni “politiche””.
Trovo DFW prolisso, si sofferma su una marea di dettagli che mi dimentico 2 secondi dopo ed è così minuzioso nel riportare informazioni che mi chiedo ogni 2 pagine circa dove voglia arrivare, ma ha i suoi lati positivi perciò farò una selezione di saggi che vi consiglio di recuperare, senza necessariamente comprare il libro:
Il Dostoevskij di Joseph Frank: Se siete fan o meno di Dostojevski, il pensiero di DFW è la più chiara ed esaustiva spiegazione sul perché sia uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.
Considera l'aragosta: Conferisce titolo alla raccolta, la riflessione sull'abuso e la consumazione dei suddetti animali mi ha colpito, è molto efficace.
Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente: Kafka è un comico essenzialmente.
Il figlio grosso e rosso: Se avete pianificato un viaggio negli anni 90' a visitare una fiera dell'industria pornografica americana, ecco questo articolo è un espediente per rinunciarvici e sorbirvi comunque l'esperienza al 101%.
Noto ora che ci ho impiegato praticamente quattro mesi interi a finirlo, considerate che è solo all'apparenza un libro da 380 pagine, ma contando tutte le scrittre con font di grandezza 3, arriviamo tranquillamente a 600 e passa.
DNF 50%
Libro pensato male, scritto peggio e complessivamente deludente. Praticamente non si salva nulla: una sequela di scene d'azione narrate male, un personaggio cringe young adult, il resto dei personaggi che oscillano fra il banale e il noioso, nessun mordente, nessuna forte motivazione o obiettivo per i personaggi (e nemmeno per il lettore).
Onestamente non mi è rimasto in mente nulla, qualche flash di un paio di scene, ma nient'altro. Mi dà anche fastidio che la serie spin-off è ambientata nel mondo di Malazan, ma con quest'ultima non condivide nient'altro purtroppo. Evitate.
Ho comprato questo libro sfruttando la promo 1+1 Sellerio, giusto per capire cosa mi stessi perdendo, per capire com'è un giallo all'italiana di un autore che colonizza le classifiche di vendita. Ecco, son rimasto deluso.
Partiamo dal protagonista, un poliziotto romano, che abita... ad Aosta. Benissimo così. Il carattere di questo personaggio è talmente esagerato che è una caricatura di se stesso: SEMPRE scazzato, manco fosse perennemente imbottigliato nel traffico, non ha mai voglia di parlare con qualcuno a meno che non sia stretto necessario, d'altro canto è super attento alla popolazione femminile, ogni donna che vede (le descrizioni di esse sono sempre precise e dettagliate, anche sull'abbigliamento) se la immagina nuda, e molto facilmente se la porta anche a letto perché ha quel fascino da uomo maledetto, sulla cinquantina, capo della polizia. Vabbè ma ha anche un buon cuore, tanto che porta sempre in giro il suo cane, e a casa si prende cura di Gabriele, un ragazzo-vicino di casa, tanto che gli fa quasi da padre e risolve tutti i suoi problemi. A volte il suo buon cuore è talmente buono che lascia proprio senza parole, da un estremo all'altro insomma.
Pure nel lavoro è così, ogni caso lo prende sul personale, si fionda sul caso come se ne dipendesse la vita, peccato che poi commetta millecinquecento irregolarità, conflitti di interessi, giochi sporchi e diriga la sua squadra di polizia a metà fra un ocean eleven e come il dipartimento di L.A. Confidential (1997). Insomma è un personaggio macchia poco interessante, ma ogni tanto strappa un mezzo sorriso con qualche commento.
La trama è francamente noiosa, un caso con poco mordente, e onestamente la fine viene rattoppata con la risoluzione più banale, un accenno di un complotto più grande e finisce così, paradossalmente incompleto e sbagliato. Questo romanzo non va da nessuna parte, praticamente è la prima parte di una storia, e meno male che ho pure il seguito. In ogni caso: noioso, surreale e rattoppato.
Detto questo, è scritto bene? Mah. Il 90% del libro sono dialoghi, praticamente questo è un prodotto pronto per essere adattato in una fiction di rai 1, senza dubbio, non c'è bisogno di scrivere una sceneggiatura, basta prendere un po' di qui e un po' di là e si ha tutto. Poi questi dialoghi sono per un buon 30% completamente inutili, chiacchericci. Qualche battutina stupida, qualche commento acido o scazzato e fine.
Gli altri personaggi? Deludenti, ma altrettanto macchietta, ma non sto ad approfondire. Che robaccia
Questo è un libro che parla di libri, non tanto per il contenuto, ma per l'oggetto libro. È un po' caotico, si parla del carattere Garamond, ai tempi di produzione, al funzionamento di tutta la grande “macchina” che ci permette di avere questi bei rettangoli da mettere in libreria, chi ci guadagna o come banalmente funzionano le classifiche dei libri che troviamo in fondo al giornale, piuttosto che informazioni economiche su come si apre una libreria, o quali sono i libri più rubati, insomma un guazzabuglio interessantissimo agli occhi di un lettore. Consiglio di dare un occhiata all'indice.
Ciò che mi ha colpito di più è il saggio “È una questione di cura” di Concita de Gregorio. Oltre a varie storie, come quella sulla nascita di Minimum Fax o la vita di editoriale di Chiara Valerio. Preziosissime aggiunte umane al libro.
«Andiamo a vedere questa frase, sentiamo come canta, cosa ci dice oltre le parole. Entriamoci dentro.» (dal saggio È una questione di cura)
3.5
Lasciate ogni speranza voi che viaggiate nel futuro
Io sono un appassionato di fantascienza, non un esperto, ma tra film, videogiochi e libri ho maturato una certa abitudine a confrontarmi con i trope del genere, tanto che poco o nulla mi sorprende ancora (nel contesto della space opera), eppure non ho mai letto una fantascienza così riconoscibile e allo stesso tempo così nuova da sentirmi così appagato e soddisfatto.
Due parole di contesto: Galactic North è una raccolta di racconti ambientati nello stesso universo, conosciuto per via della serie Rivelazione. Le storie di questa raccolta sono “nello sfondo” dei principali avventimenti raccontati nei romanzi, ma introducono in maniera eccellente gli elementi distintivi dell'universo, e citando qua e là avvenimenti e riferimenti dei romanzi (che non ho ancora letto). Per di più forniscono una “prospettiva storica” utile a capire razze, la cronologia e l'evoluzione dell'universo, e a quanto pare anche le backstories di alcuni personaggi. Da sottolineare che probabilmente qualche accenno può essere considerato “spoiler” per i più sensibili (io stesso ho trovato riferimenti familiari a “La città del cratere”, un altro ottimo romanzo che consiglio), anche se ho letto che il traduttore della serie lo ha definito come un ottimo punto per iniziare.
Io le ho trovate tutte ben narrate, intriganti e molto varie. Reynolds spazia fra diversi generi di storie, fra diversi tipi di personaggi, ambientazioni e tempi (dal 2200 al 2600 circa).
“Le grandi mura di Marte” 4** Il primo racconto è quello più vicino ai giorni nostri, ci son riferimenti a confilitti, scismi evolutivi e fazioni che si spartiscono il sistema solare. È la storia di una ribellione e di una fuga, un primo approccio alla deviazione evolutiva dei Conjoiner. “Glaciale” 5* È in continuità con il primo racconto, e racconta dell'esplorazione di un pianeta alieno. A tratti ansiogeno, a tratti personale e introspettivo. Il pianeta richiama l'atmosfera di “The Thing”, e il mistero è sufficientemente affascinante da destare la curiosità. “Una spia in Europa” 3* Spy story ambientata nei mari di Europa, non particolarmente intrigante ma interessante a livello immaginifico (per le tecnologie e le razze presentate). Una nota dolente è la “chiusura” del racconto, troppo affrettata.
“Brezza” 5*** Uno dei racconti che più mi ha colpito. Una storia che introduce gli Ultra, una particolare deviazione evolutiva dell'uomo nel bel mezzo di una battaglia fra navi spaziali. Nonostante il finale sia un po' scontato, l'ho adorato, soprattutto per i personaggi.“Sonno dilatato” 3* Questo è carino, un po' alla Shymalan, forse è il racconto che mi è piaciuto di meno. L'idea è buona ma francamente non mi ha convinto molto l'esecuzione. Da notare che si tratta di uno dei primissimi racconti dell'autore, datato 1990, ben prima della nascita ufficiale dell'universo Rivelazione.
“Il bestiario di Grafenwalder” 5*** Questo racconto tocca argomenti più sociologici, l'ambiente è altolocato e i personaggi sono tutti ricchi collezionisti. Questo ha un duplice fascino dato dallo stile di vita di questi personaggi e il lato puramente tecnologico e biologico. Interessante come la visione pessimista di Reynolds dipinga l'umanità tra 500 anni non molto diversa da quella che conosciamo oggi, nonostante significativi passi tecnologici, l'uomo è rimasto sostanzialmente lo stesso. “Nightingale” 5* Una storia horror degna di un adattamento cinematografico, ambientata in una nave spaziale abbandonata, racconta di un team di soldati alla ricerca di un criminale di guerra creduto in stasi. Cupo, ansiogeno, brillante per le idee e veramente disturbante per le visioni suggerite. “Galactic North” 5*** È la storia più vecchia del mondo. Tradimenti e infiniti inseguimenti. È onestamente molto strano come racconto, spazia per lunghi tempi, è molto cupo e un po' triste. È la visione futurista di Reynolds a condizionare la storia di questo racconto, che indirettamente coinvolge l'intero universo da lui creato. Una pillola difficile da digerire.
In chiusura, non posso che consigliare questa raccolta, tra le migliori che ho letto di hard sci-fi, sia per godibilità, anche a livello di prosa (seppur non sia il punto forte), ma soprattutto per quanto sia vario nelle storie, convincente e affascinante. Non mi sorprenderebbe, e lo dico con tristezza, se il futuro assomiglierà a quello immaginato da lui. 4,5
Il buon lettore
Questa è una raccolta di saggi basata sugli appunti per le lezioni di Nabokov tenute in dei college americani tra il ‘41 e il ‘56. Le lezioni sono sette, dedicate in ordine a:
Jane Austen: Mansfield Park
Charles Dickens: Casa Desolata
Gustave Flaubert: Madame Bovary
Robert Louis Stevenson: Il Dottor Jekyll e Mister Hyde
Marcel Proust: La strada di Swann
Franz Kafka: La metamorfosi
James Joyce: Ulisse
e due saggi
Di questi ho letto solo Kafka e Stevenson, il resto sono state assolute novità per me, e quindi attenti se non vi volete spoilerare queste storie, dato che nei saggi viene ampliamente sviscerata la trama principale. La differenza tra l'aver letto i romanzi in questione e non averlo fatto secondo me può influenzare la qualità della lettura, anche se per ogni capitolo ci sono estratti (anche lunghi), poter però coadiuvare l'analisi di Nabokov e la propria esperienza di lettura è un concreto valore aggiunto; nel mio caso con La Metamorfosi, dopo aver letto diverse interpretazioni, ho letto quella di Nabokov che mi ha fatto accendere la lampadina.
Se prima apprezzavo Nabokov come autore (per Lolita), l'ho trovato molto interessante anche come critico letterario. Anche se va detto, io che non sono abituato alle materie umanistiche, la critica letteraria non è una scienza esatta.
Ho letto che come critico letterario viene etichettato come un “stilista”, ora non entro in dettagli sui diversi approcci alla letteratura, ma penso sia approppriato parlare di stilista, per citare le sue stesse parole:
Stile e struttura sono l'essenza di un libro; le grandi idee non servono a nulla.
che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena
Un libro è come un baule stipato di roba. Alla dogana la mano di un funzionario vi si immerge sbrigativamente, ma chi cerca tesori ne esamina ogni filo.
Questo è stile. Questa è arte. È la sola cosa veramente importante in un libro. (riferito ad un passaggio di Madame Bovary).
Dalla parte di Swan
ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo : quella realtà che noi rischieremmo di morire senza aver conosciuto, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce
Rischiamo di lasciarci sfuggire il meglio della vita, se non sappiamo fremere, se non impariamo a sollevarci appena più su del normale per assaggiare i frutti artistici più rari e maturi che il pensiero umano ha da offrirci.
Orwell ha scritto una confortante favoletta con animali parlanti che racconta verità spiacevolmente sconfortanti, che sintetizzano efficacemente la caduta degli ideali, o l'impossibilità di attuarli, a causa dei maiali.
La narrazione non è particolarmente entusiasmante o intrigante, si parla pur sempre di una fattoria, ma alcuni dialoghi, alcune frasi mi hanno fatto rabbrividire, come se improvvisamente il libro si fosse tramutato in un horror.
È l'effetto che mi ha fatto vedere le sette leggi della fattoria sbiadire, cambiare ed essere infine dimenticate per sempre, è un po' la riprova che alla fine i fatti non contano, basta inventarli e convincere gli altri che siano veri. Il passato è mistificabile, le masse sono manipolabili e c'è sempre un nemico di cui non fidarsi. Si sta sempre meglio di prima, siamo liberi, e siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri.
Neuromante è famoso perché ha contribuito a creare l'immaginario cyberpunk, e sebbene non sia cosa nuova per me, è riuscito a sorprendermi: sia perché i luoghi e l'atmosfera che si respira hanno suscitato in me un certo fascino nel suo sfrenato estremismo, ma anche perché ho ritrovato elementi molto familiari, prova del'enorme influenza che ha avuto nei mass media.
In retrospettiva la trama del romanzo ha una struttura e uno svolgimento semplice e linerare, tuttavia durante la lettura non mi sembrava così, anzi devo dire di averla trovata intrigante e affascinante (toccando anche temi di attualità scottanti come le IA), ma di certo non è il punto forte del romanzo.
I personaggi sono tutti particolari, eterogenei e affascinanti sia fisicamente che psicologicamente. Seppur manchi del vero e proprio character development, nella parte finale l'autore è riuscito a dare una dimensione precisa ad ognuno di essi, e in un certo senso a giustificare le loro azioni.
Come qualcuno mi ha fatto notare, il romanzo è punk anche nella scrittura, ma a disturbarmi non è lo slang, o dialoghi da strada, ma uno stile di scrittura grezzo, che unito a una narrazione molto frammentaria e spedita, non facilita la lettura, anzi credo che in qualche modo comprometti l'esperienza nonostante ne sia parte integrante.
Tutto sommato però è stata una lettura piacevole, piena d'azione che intrattiene e coinvolge.
Se dovessi rispondere ad una di quelle domande del tipo: “Quale autore famoso del passato porteresti a cena?”, sceglieri con piacere Oscar Wilde. Il ritratto di Dorian Gray mi è piaciuto molto: brillante per le idee, memorabile per ciò che succede e appassionante per lo stile. Un vero capolavoro.
Un libro breve ma troppo vasto per trarre una sola morale senza sminuirlo, un libro che ha dei passaggi così poetici e belli che qualsiasi aggettivo che mi viene in mente mi sembra riduttivo, un romanzo che lascia il segno, perché si parla del bello, del brutto, delle virtù e della vita; in qualche modo tocca argomenti vicini a tutti, difficilmente secondo me si può finire questo libro e rimanerne indifferenti.
“Il dolore è la cosa più importante dell'universo. Più grande della sopravvivenza, più grande persino della bellezza che da esso si origina. Perché senza dolore non può esserci piacere. Senza la tristezza non può esserci felicità. Senza la bruttura non può esserci bellezza. E senza questo, la vita è senza scopo, senza speranza, indegna di essere vissuta.”
Harlan Ellison è un autore singolare, eccentrico e dotato di una creatività che penso abbia pochi rivali. Tuttavia non posso dire di aver apprezzato proprio tutto della sua enorme produzione di storie brevi (non le ho lette nemmeno tutte).
Un volto dell'autore viene intravisto in diversi racconti semplici, brevi ma efficaci. Abbiamo Soldato, un viaggio nel tempo che riflette una critica contro il militarismo e il bellicismo moderno. Non ho bocca, ma devo urlare , uno dei racconti più terrificanti che abbia letto in vita mia, racconta di un futuro dove una IA ha preso il sopravvento. “Pentiti Arlecchino” è la quintessenza delle storie distopiche, vincitore di Hugo e Nebula.
L'altra faccia invece si vede in racconti più ambiziosi: viaggi onirici, trame non lineari, narrazione confusionaria, spesso incomprensibile (almeno per me). Devo dire che un po' per mancanza di pazienza e/o di impegno celebrale non son riuscito a capire (e quindi nemmeno ad apprezzare) racconti come “L'uccello di morte”, “La regione intermedia”, “Alla deriva appena al largo delle isolette di Langerhans”, “La bestia che gridava amore al cuore del mondo”, “Croaton”. Una caratteristica comune di questi racconti è l'assoluta follia.
Riassumendo, Ellison affronta vari temi nei suoi racconti, spazia dalle critiche al militarismo e alla guerra, alle critiche alla società moderna (dal punto di vista produttivo, sociale ed economico). Riflette sul tempo, il passare di esso e la memoria. Parla anche dell'amore nelle varie forme e sfumature in cui si presenta.
In conclusione, io credo che Ellison sia un autore fondamentale da recuperare, almeno i suoi racconti più famosi (anche perché non tutti sono proprio sullo stesso livello), per la sua originalità e per la potenza delle sue storie.
Segnalo qualche racconto memorabile, oltre a quelli già citati: “Dolorama”, “Jeffty ha cinque anni”, “Conta le ore che sengano il tempo”, “L'uomo che mise in banca i ricordi”, “Susan”, “Dura da scontare”, “Ma guarda, un uomo in miniatura”, “Un ragazzo e il suo cane”, “Il guaito dei cani battuti”, “Il basilisco”, “L'ombra in caccia”.
Tolkien delivering some of his finest prose
Questa raccolta contiene tra i migliori scritti di Tolkien che abbia mai letto, non tanto per le storie, che come ci si aspetta vanno dall'epico al tragico, ma per lo stile. Tolkien è elegante, poetico, evocativo, potente nelle descrizioni, emozionante nei dialoghi, è veramente staccarsi dalla realtà e dimenticarsi che si sta leggendo di un mondo alieno. Questo è ciò che differenzia ed eleva Tolkien, lo stile e il mondo da lui creato.
Due parole vanno spese a chi in prima persona ha ricevuto questa enorme eredità, Christopher Tolkien, ha fatto un lavoro editoriale enorme, ogni scritto è corredato da numerose note che approfondiscono e chiariscono passaggi, riferimenti, nomi. È veramente un lavoro immenso, e nessun altro si sarebbe preso cura di questi testi con questa attenzione e questa passione se non lui, quindi va ringraziato e lo ammiro.
Passando alle considerazioni pratiche: i Racconti Incompiuti sono una selezioni di brani narrativi, racconti e saggi che in un certo senso chiudono il cerchio creato con Lo Hobbit, Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli. La maggior parte degli scritti sono appunto incompiuti, ma ricchi di informazioni, anedotti che per un appassionato della materia Tolkieniana equivalgono a numerose ore di discussioni con fellow nerds. Non tutto ha chiaramente grande rilevanza, non tutto è narrativo, tante sono informazioni presentate sotto forma di saggi, e appetitosi unicamente a chi è interessato ad approfondire la storia della Terra di Mezzo.
L'edizione che ho letto è corredata da bellissime ilustrazioni di Alan Lee.
Una breve overview:
Parte 1:
-Of Tuor > È un racconto atmosferico, con tanta attenzione ai paesaggi ed è molto evocativo nelle immagini. È lo stile di Tolkien al suo picco secondo me, si legge solo per quello.
-Narn i Hin Hurin > la storia dei figli di Hurin del Silmarillion
Parte 2:
-A description of the Island of Numenor > non mi ha particolarmente interessato, ma è utile per farsi un'idea almeno geografica e su qualche anedotto sugli usi e tradizioni.
-Aldarion and Erendis > È uno scritto molto particolare per Tolkien secondo me, fuori anche da quello che è il suo stile, è il racconto di due sposi molto spesso separati, e della loro vita matrimoniale.
-The Line of Elros > È una lista di tutti i Re numenoriani, con qualche anedotto per ciascuno di essi, ancora una volta l'interesse era basso.
-The history of Galadriel and Celeborn > Questo invece è interessantissimo, perché come si scopre sono due personaggi molto importanti per la Seconda Era ed è tra i capitoli più ricchi di informazioni riguardanti l'Era.
Parte 3:
-The disaster of the Gladden Fields > Tragica ma epica fine di Isildur, molto evocativo, mi ha anche emozionato
-Cirion and Eorl > Racconta della nascita del regno di Rohan, intervalla parti militari-strategiche e altri più significative, mi è piaciuto molto e si qualifica tra i migliori
-The Quest of Erebor > Io l'ho adorato, perché approfondisce la razza dei nani, e fornisce maggior contesto e cornice narrativa agli eventi de Lo Hobbit, soprattutto in parte riviste in retrospettiva con alcuni brani tratti da scritti che si svolgono dopo gli eventi de Il Signore degli Anelli, con alcuni frasi di Gandalf veramente bellissime.
-The Hunt for the Ring > Mi è piaciuto di meno, ma anche questo quasi va a rinforzare la cornice narrativa, e funziona quasi come una premessa storica agli eventi de Il Signore degli Anelli, dato che il romanzo viene introdotto da capitoli che si dipanano in diversi mesi e anni, questo capitolo racconta il punto di vista degli emissari di Sauron e i movimenti di Gandalf.
-The Battles of the Fords of Isen > Si tratta del racconto della caduta del figlio di Re Theoden, una battaglia che non ha grande spazio nel romanzo di LOTR, ma che ha una sua epicità, ed ha anche una importanza non da sottovalutare. Non siamo ai livelli di tragedia della caduta di Isildur, dato che è incentrato principalmente sui movimenti militari e strategici.
Parte 4:
-The Druedain > Io ho adorato questo saggio, io nemmeno sapevo l'esistenza di questa razza, son rimasto enormemente sorpreso da ciò che può ancora riservare la Terra di Mezzo. È una razza affascinante, c'è anche un racconto che mi ha strappato anche una risata.
-The Istari > Questo è il capitolo che più aspettavo onestamente. Fornisce alcuni dettagli sulla natura di questi stregoni, sul loro arrivo nella Terra di Mezzo, su alcuni presupposti narrativi (c'è anche un episodio abbastanza importante ambientato a Valinor), però è molto più breve di quanto mi aspettassi.
-The Palantiri > L'interesse qui è parzialmente calato, si tratta comunque di una aggiunta che arricchisce il ruolo di queste pietre durante la Terza Era.
Vivere nelle aspettative degli altri
Lo Squalificato è una storia che mi ha lasciato confuso, ma scoprire che la vita dell'autore è simile agli eventi narrati in questo libro mi ha fatto riflettere. Una delle premesse iniziali di questa storia decadente, è che il protagonista fittizio, Yōzō, non sa come comportarsi da umano. Non capisce la società, i ruoli, gli usi, i costumi e soprattutto le persone. Mi ha ricordato effettivamente una persona affetta da autismo, ma il suo modo di adattarsi ad esso secondo me, anche personalmente, è comprensibile non solo da persone che soffrono di questo disturbo, ma da tutti.
Nella prima delle tre sezioni che racconta della sua vita, al fine di compiacere tutti coloro che lo circondavano e ripagare le loro aspettative, nella paura di essere altrimenti abbandonato e lasciato solo, egli era un pagliaccio, costantemente pronto a scherzare e fare il buffone. Una maschera però che lottava con il suo Io interiore, disorientato e confuso. Vivendo così dietro questa grande menzogna elaborata, e nel frattempo con il terrore di essere scoperto.
L'inizio della decadenza inizia nel secondo episodio della sua vita, dove libero dalle gabbie familiari, inizia a condurre una vita da solo a Tokyo, dove per la prima volta si adatta a vivere in maniera autonoma, inizia ad aver coscienza di sé, ma anche allora quando non aveva parenti, trova la volontà di qualcuno da compiacere. Sarà in maniera costante e continua, che la sua lotta interiore e il suo malessere psicologico lo porteranno a desiderare l'attenebramento dei sensi. Alcol, donne e dissolutezze.
La storia prosegue ma una caratteristica fondamentale, ormai radicata in lui, è quella lasciarsi trasportare dai vizi, dalle volontà altrui e dalla codardia. Aggiungendo il suo interiore malessere e la depressione, egli continua a cercare il suicidio da una vita che troverà intollerabile, a causa anche dei traumi che subirà.
È una storia molto forte, a tratti deprimente e a tratti molto ingiusta. Non riesco a trarne un valore pratico, ma secondo me, nelle considerazioni puramente personali che ho colto, trovo che l'incomprensione che ha “subito” Dazai per tutta la vita gli è costata la vita, e si può vedere questa storia come è un monito per empatizzare e comprendere le persone come lui.
Questo non è un classico libro di cucina.
È un concentrato di vita vissuta, esperienza, knowledge e amore per una cultura così vasta e lontana da noi. Leggere questo libro è un piacere dalla prima fino all'ultima, anche leggendo di ricette che probabilmente io non riuscirò mai ad eseguire correttamente.
Lo trovo scritto bene, con tanta anima e interesse a scrivere qualcosa che sia più di una semplice guida alla composizione dei piatti, è una full immersion culturale gastronomica.
Il libro si apre con una sezione informativa legata all'estetica, alle idee dietro alla cucina giapponese, l'attrezzatura, i coltelli, i tagli, gli ingredienti e tanto altro. La seconda parte è un lungo ricettario, molto vario, organizzato come un vero ricettario giapponese che è stata una scoperta. Le ricette e le varie sezioni sono infarcite di informazioni riguardante gli usi, le tradizioni, versioni alternative, scorci di vita vissuta, addirittura si parla di cultura, di poesia (sono tanti gli haiku presenti) e così via. Non capita spesso di trovare un libro di cucina del genere.
Arashi fukuMimuro no yama nomomijiba waTatsuta no kama no
Soffia la bufera,
del monte Mimuro
le foglie d'acero
sul fiume Tatsuta
divengono un broccato